4. La dottoressa V.

Un messaggino della dottoressa V. mi avvisa che ha un impedimento di lavoro e che non può, purtroppo, prendere il caffè con me all’ora concordata.
Fa nulla – le rispondo – sarà per un’altra volta.
E a pungere non è l’orgoglio ferito ma l’otite che si risveglia; il mio fisico reagisce a tema.
Per fortuna a cancellare l’amarezza interviene un aggiornamento: 
E se il caffè lo trasformassimo in un bicchiere di vino?
E io di rimando:
Ho sentito di un tizio che trasformava l’acqua in vino, il caffè in vino è la prima volta. Se ci riesci iniziamo la pratica per la santificazione!
Quando la scorgo rispondo al sorriso con un sorriso ma non la riconosco. Ho difficoltà a collocare la dottoressa V. tra i miei conoscenti senza il suo camice bianco.
Apre la portiera della macchina e mette subito le cose in chiaro: 
Come va l’otite?
– Con te in macchina si sente più al sicuro.
Guido, scomposto sul seggiolino, svoltando strade e imboccando possibilità.
Alla fine dell’incrocio, trovo il mare e parcheggio.
Il vetro spesso del locale ci ripara dal freddo, ancor prima del vino, e ci consegna quasi intatto il panorama. Ride di tutto quello che dico, anche quando sono serio.
Ad un certo punto mi rendo conto che l’ineluttabile inizia a tardare. E’ solo questione di trovare l’attimo giusto ma lo farà. Lo so che lo farà, lo farà certamente. E mentre delicatamente agita a vortice il suo Cannonau nel bicchiere panciuto che mi parla di un suo fidanzato passato. Tutte le donne hanno un ex da dimenticare o, almeno, certamente tutte quelle che escono con me, tutte, nessuna esclusa, persino quelle che non l’hanno mai avuto se ne inventano uno. E dopo essersi affrancata dal voto solenne è pronta per fare domande. Vuole sapere chi sono.
Mi ascolto mentre parlo e ancora parlo senza un disegno da ornare e alla fine della bottiglia penso di saperlo, ma è un’illusione che svanirà alla fine della sera. Il mio discorso tocca solo quello che non sono.
Mi fissa diritto negli occhi. Tanto diritto che mi confondo. Lei accavalla le gambe, le sento sotto il tavolo muoversi. Si tende in avanti sul tavolo, mostrando il busto, intravedo l’incavo profondo della scollatura e cerco di mostrare la calma e l’autocontrollo che non ho.
Sei  una persona interessante e non convenzionale, e non solo per l’affare dell’otite. Ecco, ci siamo.
La distanza semina il frutto.
Cerco di non ripetere cliché, ma oramai ho mischiato tanto le carte che non ho memoria di quelle già uscite. Ci avviamo alla macchina. Ed io apro a lei una portiera che mi pare traballare.
– Sei un cavaliere!  Mi dice, manierata, fingendo una sorpresa.
Le obietto che in realtà, effetto della notte e del vino, pensavo fossimo venuti con la sua macchina
Ride, spalancando la bocca. Il biancore dei denti segna un luccichio nel buio. In macchina facciamo pochi metri. Mi mette una mano sulla coscia e mi chiede di accostare, proprio lì, dinanzi al mare.
Fermo e spengo il motore.
Voi che avreste fatto? Beh io no. Aspetto, cerimonioso.
Lei mi chiede Quando mi baci? 
Ha la voce più bassa di un tono e io non sento le gambe.
Infilo la mano destra tra il collo e i capelli, muovendomi poco sul sedile. Mi avvicino piano, come in un film in bianco e nero, dove l’imbarazzo di guardarsi dura più del bacio. Ha le labbra umide e gustose.
Succede in quel momento che le nubi che oscurano il cielo decidono di liberare gocce d’acqua grosse come noci. I respiri fanno tirare drappi di panno ai vetri. Scompare alla vista anche il mare e il subisso d’acqua sulla lamiera dell’auto cancella il suono della risacca delle onde che si consumano sul molo.
E mi fermo sul resto.

Pubblicato da 50 copechi

Le memorie e le riflessioni di chi si appassiona ancora a guardare il mondo

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