3. Il muro.

Wahnsinnige Nacht

Da qualche giorno mio padre vive incollato alla radio, i muscoli del volto scandiscono le parole pronunciate dallo speaker.
Con la mente segue il rigo di quel che vuol sentirsi dire, della notizia attesa, scandita come conviene.  
I pensieri nella sua testa viaggiano più veloci delle azioni.
Mi chiede se posso accompagnarlo domani.
Gli dico, scherzando, che l’accompagno fino ai confini del mondo.
Mi risponde, serio, che è un po’ più vicino dove deve andare.
Mi sveglia alle 4.
Sento il rumore, continuo, delle gomme sull’asfalto. A tratti la comunicazione si interrompe: il manto stradale è disconnesso, in Italia. Appena fuori, non conosce più interruzioni.
“Andiamo a Berlino” mi dice, piano, come un fatto che si compie in maniera quotidiana e naturale.
E’ il 9 novembre del 1989. La città, ebbra di sogni e di sonni perduti, vive il dolore e la felicità del parto.
La partizione schizotimica è guarita, il muro si sbriciola. Le due Germanie si mescolano, come le carte di un mazzo, le Trabant partono alla scoperta del mondo.
Così le vite si ricongiungono, come brandelli di fogli strappati.
Le divisioni segnano, sulla carne scrivono e sull’anima durano.
Alle Porte di Brandeburgo un uomo anziano imbraccia un violoncello e infila le note in una partitura di liberazione.
Mio padre saluta con la lingua che fu di suo padre il maestro Rostropovich, il più grande violoncellista di tutte le epoche, venuto a suonare il suo personale requiem al capezzale del muro.
Il suo violoncello materializza visioni esultanti e malinconiche, perché ora siamo felici, ma dobbiamo ricordarci che il Muro è stato dolore, separazione, morte.
Le separazioni, le lacerazioni, i dolori che aveva vissuto mio padre in fuga dal suo paese. La notte del 13 agosto del 1961 capita nella parte sbagliata della città degli angeli, è ingabbiato dalla ferita di cemento eretta per tamponare la fuga del popolo verso l’ovest, in quella notte che Berlino Est diviene la prigione nella sua ora d’aria.
Un calice di Rotkäppchen, senza corpo né equilibrio: ecco l’ago del magnete che lo conduce a  Benito Corghi.
Benito viaggia continuamente tra le due Germanie a causa del suo lavoro di autotrasportatore. Una notte del ’63 mio padre con lui varca il confine, addensato come un grumo in un recesso del camion. Quell’uomo, buono, gli concede di vivere quindici anni da cittadino libero di disperarsi altrove. Ha barattato un calice del peggior champagne con il rischio di essere arrestato per il reato di commercio di uomini
Una mattina del 5 agosto del 1976 Benito si accorge di aver lasciato alcuni documenti alla frontiera appena varcata. Il camion è troppo ingombrante da girare, scende a piedi ma un militare di guardia gli spara uccidendolo sul colpo perché, si disse, aveva cercato di evitare i controlli posti al confine. Al processo il militare fu assolto.
Ci rechiamo alla stazione di confine tra le città di Rudolphstein e Hirschberg dove Benito fu ucciso e lì, mio padre mescola le lacrime al liquido della bottiglia.

È sorprendente

la capacità umana di abituarsi

ad una condizione di per sé inaccettabile

Peter Schneider

Pubblicato da 50 copechi

Le memorie e le riflessioni di chi si appassiona ancora a guardare il mondo

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