7. La vasca, parte seconda

Dopo aver varcato l’ingresso, accende le luci illuminando la casa a mezzogiorno.
Il gesto deciso mi rinfranca, da sostanza alla sua sicurezza.
Si spalancano alla vista delle alte pareti bianche che reggono delle antiche e imponenti tele.
Scuola napoletana?
Non chiedo, non è il momento di approfondire.
Proseguo, seguendola, lungo il corridoio che da solo è più grande di tutta casa mia.
Apre una porta che da nella camera da bagno e mi fa accomodare.

Eccola lì la vasca.

C’è pure il muschio.

Ci sono pure i petali.

C’è pure già l’acqua.

Ci sono pure due bicchieri e il tire-bouchon.

Mi guarda, sorride maliziosa allargando le braccia come a dire, hai visto?, tutto previsto!
Tiro figurativamente in aria il dado, mi arrabbio o non mi arrabbio?
Faccio la faccia accigliata, mi avvicino e mi dedico ai bottoni che la costringono in abiti che non le rendono giustizia.
Lei ride, io sono serio e concentrato.
Lei scende nella vasca neanche fosse Liz Taylor in Cleopatra, io mi immergo come una fetta di pane nel ragù.
Quando glielo faccio notare inizia a ridere più forte portandosi la mano alla bocca per contenersi.
Io sempre serio, ma preoccupato.
Più mi vede serio e preoccupato più la sua ridarella aumenta e scoppia come tanti pop corn, neanche avessi aumentato la fiamma alla padella.
Devo contenerla, devo calmarla: il vino, le verso il vino!
Prende un sorso abbondante, mi guarda e la ridarella riesplode e ricaccia con un pernacchio pirotecnico tutto il vino addosso a me.

A questo punto la mano sul viso gliela metto io, ma me la morde.

Poi interviene un suono presago e funesto, uno sferragliare di chiavi alla porta di ingresso.
– Porca troia, non sarà mica tornato mio fratello?
I guai sono come i carabinieri, viaggiano sempre in coppia.
Da fuori la porta vibra una voce tonante:
– chi c’è in bagno!!
– Pa… pa… Papaaà? Sono io, faccio un bagno.
A quest’ora?
Sì, ho bisogno di rilassarmi.
E io sottovoce: – e com’è che io mi sono tutto irrigidito?
Mi fulmina con lo sguardo e mi conferma, qualora non ne avessi avuto il sospetto, che se il fratello mi trova lì mi irrigidisce per sempre.

Il padre intanto da fuori la porta ci conferma la bella notizia: – mi sono dimenticato di dirti che stasera torna tuo fratello.

Mi intima di rivestirmi quanto prima possibile e che proverà a distrarre il padre e il fratello in cucina mentre io guadagno la via di fuga.
Lei esce e io tutto bagnato mi rivesto alla bella e meglio e, non sia mai detto dovessi morire, mi faccio l’ultimo sorso di vino.
Un Amarone della Valpolicella 2009 e neanche l’assaggio?
Schiudo lentamente la porta, fuori non c’è neanche un filo di luce.
Faccio appello, che poi è più una preghiera, a tutta la mia capacità di orientamento.
A quel punto mi butto a terra e procedo a passo di leopardo: avanzo a sinistra, a tatto riconosco libreria, una porta, svolto di nuovo a sinistra, trovo il mobile basso, la porta di ingresso.
Mi rialzo alla ricerca del chiavistello – dove cacchio sei chiavistello? – il cellulare, devo fare luce, devo accendere, sì accendo.
Illumino la porta con la luce fioca dello schermo ed è a quel punto che, come un presentimento, giro il cellulare ed è li che è mi appare la defunta… la faraona… insomma Tutankamon, la quale lancia un urlo che lo sentono pure i suoi parenti in Egitto.
Mi pietrifico dalla paura per dieci lunghi secondi poi, non so come e perché, urlo pure io sincronizzandomi sulla sua stessa lunghezza d’onda.

Da quel momento in poi non è che ricordi molto, ho aperto il chiavistello e sono scappato facendo le scale a quattro a quattro, scomparendo nel buio.

Pubblicato da 50 copechi

Le memorie e le riflessioni di chi si appassiona ancora a guardare il mondo

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